Le cose di dopo

Il Contest del FLA2020

Un giorno di neve

di Lavinia Testi

Si era ritrovata sola. E non si trattava di una solitudine esistenziale, metafisica, quella a cui tutti, prima o poi, siamo inevitabilmente esposti. Era una solitudine carnale e dolorosa: l'assenza oggettiva dell’altro.
Eppure non era stato quello a destabilizzarla- alla solitudine si era abituata: era stato l'incontro che l'aveva fatta poi ripiombare nel tanto conosciuto isolamento. Era l'abbandono - condizione antecedente alla solitudine, ciò a cui non era più abituata.

Quel giorno aveva nevicato ininterrottamente. I fiocchi avevano uniformemente ridipinto la città coi loro cristalli di ghiaccio e per questo faceva fatica a ricordare com’era il paesaggio fuori dalla finestra prima di quella mattina - che colori ci sono a parte il bianco? Non se lo ricordava più.
Fuori dalla finestra qualcuno correva nella città innevata, rischiando più volte di scivolare: agli angoli delle strade, prima degli attraversamenti pedonali, vicino ai passi carrabili. Mentre il tempo si insinuava tra le strade infinite e i palazzi dalle stanze vuote, qualcuno ripopolava la città là fuori.

Avevano suonato il campanello e lei era rimasta paralizzata non sapendo cosa fare. Possibile che fosse il suo turno? Era passato più di un anno ormai. Non teneva più il conto dei giorni da quando gli Assistenti non si erano fatti vivi per due anni di fila. Era stata una mossa studiata, una strategia per costringerli di nuovo a uscire. Ma lei non aveva ceduto. Per un po' si era avvalsa del servizio telefonico del Sistema: ogni Auto Isolato aveva diritto a una chiamata al mese con cui poter parlare con un operatore. La prima volta aveva chiacchierato con un giovane studente di filosofia che lavorava al Centro Ricezione Chiamate AI (Auto Isolati) per pagarsi gli studi. Era sveglio e avevano sviscerato insieme il pensiero machiavellico secondo cui il fine giustifica i mezzi. Impensabile secondo entrambi anteporre alla propria etica morale le ragioni dello Stato. Avevano dissertato più che chiacchierato in effetti. La seconda volta aveva parlato con una donna che aveva perso la famiglia qualche anno prima in un incidente stradale e che, successivamente, aveva sentito nascere dentro lei il desiderio di aiutare gli AI. Non ricordava di cosa avessero parlato, ma il tempo era volato. Una terza volta poi non c’era stata e lei non aveva più pensato di poter sentire, o ancor meno incontrare, qualcuno. Fino a quel giorno.
Quando Viola aprì la porta rimase stupita nel vedere che l’Assistente – egualmente riconoscibile grazie al cartellino appeso al collo, non aveva più la consueta tuta azzurra. Era una bella ragazza con le fossette pronunciate. La ragazza restò sulla soglia aspettando che Viola tornasse in sala e si sedesse sulla poltrona. Una volta seduta le fece poi segno con la mano invitandola ad accomodarsi e l’Assistente entrò in casa. Si mise in piedi davanti a lei, mantenendo la distanza, e iniziò a sfogliare il fascicolo che aveva portato con sé.
“Ci risulta che lei è un’AI da dieci anni.” L’Assistente guardava i fogli e non si accorse dello sguardo della sua interlocutrice: stranito, perché non era così che di solito iniziavano le conversazioni.
Continuò: “È a conoscenza del fatto che la nuova legge vieta la pratica dell’Auto Isolamento in quanto inutile, nociva e psicologicamente dannosa?” Sorrise e Viola pensò che scegliessero apposta assistenti belle per il loro più elevato potere persuasivo. Ma non rispose.
“Signora ha capito? Può…Deve uscire. Deve riprendere a socializzare, a vivere! Ormai non c’è più pericolo.” L’Assistente allungò la mano, come se volesse accarezzare un cane randagio ma ne fosse intimorita, e cercò di appoggiarla su quella dell’anziana che stava seduta immobile davanti a lei.
Viola si ritrasse di poco, ma abbastanza per non essere sfiorata.
“Mi dica signorina, lei cosa fa di bello nella vita, a parte essere impiegata presso il Sistema? Mi lasci indovinare, lei studia…” Contrasse i muscoli della faccia in un’espressione pensosa volutamente esagerata. “Storia! Mi dica se non ho ragione. Ho talento nell’indovinare le persone. Sarà perché nella vita ho letto tanto. E guardato film. Ho imparato a cucire anche…Invece mio marito avrebbe voluto studiare fotografia ma finì per diventare commercialista. E vuole sapere il bello? “
L’Assistente la guardava in silenzio.
“Certo che vuole saperlo: beh, proprio grazie a quel noioso lavoro non ha avuto bisogno di essere ricollocato dal Sistema. Invece tutti i suoi amici sedicenti fotoreporter o simili sono dovuti passare dal Centro per l’Impiego per trovare un lavoro…”
L’ assistente la interruppe, alzando la voce il giusto necessario per farsi sentire.
“Lo sappiamo che per la vostra generazione è stato più difficile. Sappiamo bene che per molti anni siete rimasti soli e isolati. In tanti però hanno ripreso a vivere come prima e la maggior parte dei cittadini lo fa già da più di quattro anni ormai. Vivaddio!”
“Del tè?” Viola si era alzata e fissava assente il fascicolo sul tavolo.
La ragazza scrutò l’orologio al polso e sospirò. “Devo andare ora. Mi mancano altre visite nel palazzo.” Girò il cartellino permettendo a Viola di leggere il suo nome. “Signora senta…perché poi non usciamo a bere un tè da qualche parte?”

Viola chiuse la porta e guardò fuori dalla finestra. Immaginò di camminare tra le vie ora piene di gente e le sembrò d’un tratto di sentire aroma diffuso di tè e un vociare che le provocava un piacevole e inatteso sentimento. In strada la neve iniziava a sciogliersi. Strinse forte tra le dita il biglietto col numero di telefono.

 

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